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sabato 3 novembre 2012

Elastic Society su XL di Repubblica, Novembre 2012 - IL CONTEST!

Sul cd allegato al numero di novembre di XL di Repubblica è contenuto un mio brano. Si tratta di "BE STRONG", tratto dal mio ultimo album omonimo a firma Elastic Society - progetto che porto avanti da 7 anni con l'etichetta italiana Minus Habens Records.

Nel brano canta General Levy, celebre cantante reggae/jungle londinese, con il quale collaboro da qualche anno.
La Repubblica XL ha chiesto ad ogni artista partecipante alla compilation di girare un video di presentazione, e ha bandito un concorso tra i video.
Per votare il nostro video, è sufficiente accedere a questa pagina di Facebook.

Il mio video in concorso è qui. E' stato realizzato da Cosimo Calabrese. (Se il playback dovesse essere a scatti, la visione risulta fluida togliendo l'opzione HD).

VOTA ORA PER ELASTIC SOCIETY!


Il brano in questione è acquistabile su iTunes seguendo questo link.

mercoledì 5 settembre 2012

Ho sparato ad un uomo a Reno...

Torno ad ascoltare il "Live at Folsom Prison" di Johnny Cash, vinile Columbia 1968, etichetta rossa.
Ancora una volta mi colpiscono le ritmiche di Perkins alla chitarra elettrica, che fa cose veramente incredibili. Ma la cosa che in questi giorni mi ha colpito di più è stata l'aver appreso una notizia nuova circa la produzione del disco: Bob Johnston, colui che registrò e mixò il live in California, aggiunse delle voci in studio, degli applausi, alcune grida. Cosa che all'epoca era solito farsi negli Stati Uniti, e che a noi oltreoceano è arrivata sotto forma delle ridicole risate sotto i serial TV americani degli anni '70. Insomma il concerto si apre, il disco inizia. Cash dice la frase di rito "Hello, I'm Johnny Cash" e la band comincia a sparare il riff del primo brano, "Folsom Prison Blues". Ad un certo punto Cash pronuncia la famosa frase "I shot a man in Reno, just to watch him die". E Johnston sotto questa frase aggiunse in studio applausi e un urlo di un carcerato. Falsificazione del documento storico, sicuramente: alla Columbia non erano interessati all'integrità della registrazione, ma piuttosto all'effetto che essa potesse produrre sul pubblico. Avevano ragione: fu un effetto dirompente. Il problema fu però che alla fine del 1968 Bob Kennedy fu assassinato proprio in California. Che c'entra un concerto con l'assassinio di un Kennedy? C'entra, perchè alla Columbia pensarono bene di ristampare subito il disco, togliendo appunto quelle grida dopo la frase incriminata, che secondo i dirigenti incitavano alla violenza gratuita. Il che fa luce su due cose: in primo luogo sul ruolo importantissimo che la musica ha (aveva?) negli Stati Uniti. E in secondo luogo sul puritanesimo latente in questa operazione di eliminazione di un grido che - in fin dei conti - era solo un artificio. Così come artificiale era la frase celebre di Cash, che non era mai stato in galera se non per qualche bravata da rock star impenitente e anfetaminica.
Sarebbe interessante ora scovare una copia del '69 di quel vinile, e vedere se quel grido non c'è più davvero. La mia copia appartiene infatti alla prima tiratura, 1968 - e non ho mai trovato in circolazione copie posteriori con cui confrontare l'originale.

Lettura consigliata: "Johnny Cash: The Autobiography", con Patrick Carr -Mass Market Paperback 1998.

martedì 28 agosto 2012

Malaria Portrait @ Policoro

Fausta Micheletta - photo © Alberto Dati
Sabato scorso siamo stati a Policoro, in provincia di Matera, per assistere alla mostra fotografica e incontro con Fausta Micheletta, un medico di Medici Senza Frontiere. Questa ragazza romana, perspicace e diretta, ha lavorato per due mesi in Costa d'Avorio, curando bambini affetti da malaria. Ed essendo appassionata di fotografia, ha realizzato una serie di ritratti di questi bambini, avvolti nei panni colorati africani che spesso ritroviamo addosso agli emigrati dalle nostre parti.
Quelle foto di bimbi in fin di vita mi hanno colpito, così come mi ha colpito conoscere Fausta e la semplicità con cui parla del suo lavoro in Costa d'Avorio o in Sri Lanka, tempo fa. Lavoro che le ha fatto incontrare la disperazione delle madri e la morte dei bambini, ma anche un sorriso e una speranza di sopravvivenza.
La mostra è stata organizzata dall'Associazione Culturale Margana41 - Spazi di Cultura
E alla fine, anche io ho fatto un ritratto a Fausta.

martedì 19 giugno 2012

Marrakech

 Per l'ennesima volta oggi mi sono fermato a parlare con uno di quei ragazzi che vendono oggetti di tutti i tipi sulle spiagge nostrane. Questa volta veniva dal Senegal, e diceva di chiamarsi Mario. Forse perchè ieri c'è stata una partita dell'Italia, e Mario in questi giorni è un nome sulle labbra di tutti. In ogni caso, mi ha detto che oggi gli servivano soldi, e che domani con quei soldi si sarebbe divertito: ignoro la fonte di tale divertimento. Comunque, gli ho chiesto come fosse il Senegal. Lui mi ha detto: "E' bello! Vacci!". Io gli ho mestamente risposto che dell'Africa ho visto solo il Marocco. "Quella non è Africa, è come l'Europa. Là sono tutti bianchi come voi". Lo sapevo già - del resto - che l'Africa nera non considera propriamente "Africa" il Maghreb. Li considerano bianchi, europei, francesi. Forse non a torto, mi dico. "Da noi è più bello - ha continuato - perchè bianchi e neri sono mescolati. Bello no?".
Del resto, andare in Marocco per un Europeo o un Americano è come vivere l'Africa in maniera edulcorata, civile, tutto sommato accettabile. Sono musulmani ma non troppo. Sono neri ma non troppo. Sono poveri ma non troppo. Fa caldo ma non troppo. Ora poi che le compagnie low-cost sono sbarcate a Marrakech, il turista attento farà bene ad affrettarsi, prima che anche la Città Rossa diventi come Taormina o Cortina d'Ampezzo (o forse lo è già diventata negli anni '80). Altrimenti dovremo accontentarci di una visione in fondo borghese, qualunquista e da clichet, simile al libro di Canetti su Marrakech: che è appunto velato di borghese discrezione, di fascino per l'esotismo, di paura a superare quei limiti imposti all'homo europeus da Carlo Magno e dal Cristianesimo.

venerdì 8 giugno 2012

Le fotografie di Stendhal

Nell'ottobre del 1828 Stendhal era in Lazio, e girovagava tra la campagna e l'Urbe con un gruppo di amici, alcuni servitori e molte carrozze. Era stato tante volte in Italia - che amava assai - e le sue memorie posteriori assommano viaggi fatti in epoche diverse, confondono le persone e i luoghi, costruiscono un mondo verosimile nel quale l'Autore ci porta per mano.
Agli inizi di ottobre dunque egli si trovava al lago d'Albano, vicino Grottaferrata. Così egli annotava il giorno 7:

"Qualche giorno fa, una delle nostre compagne stava riprendendo una veduta con la camera oscura". 

Niepce aveva fatto i suoi primi esperimenti fotografici appena due anni prima, e cerco ora di immaginarmi questa elegante signorina parigina a spasso per la campagna romana con il suo ingombrante apparecchio fotografico di legno e vetro. Stendhal l'avrà guardata divertito, dal fondo dei suoi occhioni scuri ed espressivi . Mi chiedo chi fosse quella ragazza, cosa stesse fotografando, che fine abbiano fatto quelle lastre impressionate con la luce del lago d'Albano. Chissà che ella non abbia fotografato Stendhal stesso, all'epoca già noto romanziere e poi console in Italia, a Civitavecchia. Chissà cosa è successo a quei fragili vetrini su cui era impresso un ricordo, un panorama, forse dei volti, alcune rovine romane, erbe selvatiche e animali al pascolo. Chissà pure se Stendhal - sempre così attento al correre del tempo - sia stato entusiasta di questa nuova scoperta francese, o la bollasse nella sua mente come una moda passeggera, che "cambia ogni 25 anni". Non trovo altri luoghi nelle opere stendhaliane dove egli parli di fotografia, e questa unica emergenza di una tecnica così nuova mi sorprende, mi affascina, mi fa sentire Beyle ancora più vicino alla sensibilità moderna. Ma come diceva egli stesso, i suoi scritti sarebbero rimasti incompresi dai suoi contemporanei, e sarebbero stati capiti appieno solo cinquant'anni dopo la morte dello scrittore.

Lettura consigliata: Stendhal, Passeggiate Romane, Milano 2004.

sabato 4 febbraio 2012

Samsung EX1 (TL500) recensione - review

Ho comprato la mia Samsung EX1 qualche tempo fa, su redcoon.com
Per altri mercati, la stessa macchina fotografica si chiama TL500.


La macchina fotografica mi è arrivata senza problemi, nonostante gli scioperi, e la sto usando da una settimana.
Passo subito ai miei pareri, visto che di recensioni tecniche è piena la rete.

PRO
1. Apertura f/1.8, spettacolare. Per fare cose al buio senza flash, alzando gli ISO (da 80 a 3200iso), questo valore di apertura è l'unico del suo genere nel range compatte. Non aspettatevi il bokeh di un Nikkor 50mm f/1.4 - in tutti i casi, ma con questa bestiolina si possono fare cose molto luminose anche in stanze semibuie, con una resa tonale eccellente.
2. Istogramma sempre visibile nell'ampio schermo.
3. Misurazione media, ponderata centrale e spot sempre switchabili da un tasto veloce sul retro.
4. La focale 24mm è ampia e adatta un po' a tutto, anche se la distorsione e la caduta delle linee sono considerevoli.
5. La costruzione sembra solida.
6. La macchina può funzionare completamente in manuale (modo M), e le ghiere che regolano diaframma e tempi sono facilmente accessibili con due dita della mano destra.
7. Il bilanciamento del bianco automatico funziona alla grande!
8. Scatta RAW.

CONTRO
1. L'apertura minima è di f/7, il che mi pare un po' poco.
2. Il tempo minimo dell'otturatore è 1/1500, che accoppiato con un f/7 può dare luogo a sovraesposizioni (cieli o altro). Menomale che l'ISO 80 ci aiuta in questo caso. Sarebbe stato bello avere f16 e fino a 1/3000...
3. Il formato 3:2 è disponibile, ma con tale ratio non si usano tutti i 10mega per frame. Bisogna scendere a 9mega... perdita in fondo accettabile, per ottenere un bel 24x36.

CONCLUSIONI
A me questa macchinetta piace parecchio, ce l'ho sempre in tasca, la qualità è accettabile e per il prezzo pagato sono contento dell'acquisto. Per qualche tempo - nelle situazioni più informali - lascerò a casa le reflex!

Alcuni miei scatti con la Samsung EX1 sono visibili sul mio flickr
Un'ottima recensione in inglese è reperibile qui

venerdì 21 ottobre 2011

Si muore d'amore


Si muore d'amore. Come il nigeriano che ieri a Taranto è morto tra le braccia di una squillo - pure lei nigeriana - dopo avere consumato un amplesso nel di lei appartamento. Morto d'infarto - dice il referto - a soli 25 anni. Morto in battaglia, sul campo dell'onore - dicono i vecchi ammiccanti che mi raccontano la notizia in un bar di provincia.
Sarà, ma a paragone dell'altro nigeriano morto affogato in una vasca di acqua potabile, e del quale ho scritto qualche tempo fa, questa è ben altra cosa. I più sorridono pensando all'amplesso fatale, all'orgasmo definitivo, al coito mortale, alla copula estrema. Chissà se i due nigeriani abbiano parlato della loro terra, della voglia di tornare in patria o di non tornarci mai più, poco prima dell'evento funesto. Chissà pure se erano della stessa patria questi due ragazzi, visto che - mi ripeto - in italiano non abbiamo un modo grammaticalmente corretto per distinguere un abitante del Niger da uno della Nigeria. Per noi sono tutti "nigeriani", con buona pace dei confini; ma si sa, la grammatica italiana è spesso razzista, e sessista per soprammercato.
In ogni caso, il venticinquenne africano è morto quasi tra le braccia della squillo. Lui aveva un regolare permesso di soggiorno, lei no: onde sarà rimpatriata al più presto. Chissà se in Niger o in Nigeria.

sabato 1 ottobre 2011

Paura di nuotare



E' notizia di qualche mese fa il caso di un ragazzo nigeriano, del quale ignoriamo il nome, morto in provincia di Taranto per un incidente sul lavoro. Il giovane aveva appena 27 anni, e stava appunto lavorando in un campo di arance. Luogo che in autunno si riempie di frutta, e il ragazzo probabilmente assaporava assieme alla fatica l'odore di quell'aranceto, e magari qualche spicchio durante le pause. Avrà pensato al suo paese, lontano tremila chilometri da qui, al vento del Sahara che arriva da nord, alle onde dell'Atlantico che sfidano le coste del golfo di Guinea, al grande umido portato dal fiume. E avrà sofferto il caldo, qui come a casa sua, sebbene da noi le estati siano più miti, e la vegetazione più accogliente, il clima più amico. Chissà se sudando avrà pensato al proprio sudore in Nigeria o in Niger, perché il tg non specificava neanche questo. E del resto in Italiano non sappiamo neanche distinguere un abitante del Niger da uno della Nigeria. Avrà pensato al sudore visto sgocciolare dalla fronte del padre, della madre con i tanti figli. Le mamme africane si immaginano sempre con tanti figli, del resto, e forse anche questo è un luogo comune.
Fatto sta che il nostro ragazzo nigeriano lavora e lavora instancabile alla raccolta delle arance, agli innumerevoli compiti che gli si assegnano di volta in volta. E lavora sodo il nigeriano, non c'è che dire, come commentano i vecchi che portano i trattori, e le donne che raccolgono le cassette. In fondo è un bravo ragazzo. In fondo, non si sa perché. E mentre le arance si assommano a quintali sui trattori e poi sui camion, sui pallet e poi nei TIR, il ragazzo continua a lavorare di braccia, con i pantaloni corti stralucidi e un paio di infradito ai piedi, il petto nudo. Incurante del sole, ha visto di peggio nella vita, da ragazzino e da adulto; ha visto la fame più disperata, gli insetti che ti divorano vivo, le malattie, l'umidità che ti mangia vivo durante il Ramadan. Ma è riuscito a scappare, a fuggire via lontano, in una terra che è un nome prima che una realtà conosciuta. Come sia riuscito a raggiungere questi lidi, quale sia stata la sua personale odissea, non ci è dato saperlo. Sappiamo solo che questo ragazzo di colpo, un giorno di qualche tempo fa, si trovava vicino a noi – in mezzo a noi verrebbe da dire – in un bel campo di arance nella provincia nord di Taranto, in un luogo così bello, con i muretti a secco e gli ulivi a perdita d'occhio. E stava raccogliendo le arance, per l'appunto, mentre è successa la disgrazia. Così almeno riferisce chi stava lavorando nelle stesse ore sotto gli stessi alberi ombrosi e freschi. E così dice pure il suo padrone, bianco, che ora è preoccupato per più di un motivo. Il ragazzo pensava al suo passato, forse, o al momento del riposo, mentre strappava rabbioso le arance dai mille rami pendenti sulla sua testa. Mentre centinaia di suoi coetanei si godono l'università, una serata al bar con gli amici, una pizza, lo sguardo di una ragazza in discoteca, un concerto, un lavoro onesto al ristorante vicino casa, un semplice letto dove dormire di notte; mentre tutti gli altri si godono insomma la loro vita normale e cieca, lui ha dovuto aprire gli occhi molto prima, per sopravvivere. Aveva dovuto farlo, pena la morte naturale, o violenta. Insomma per farla breve il ragazzo stava lavorando presumibilmente su un albero di arance quando ha perso l'equilibrio, ed è caduto in una grande cisterna piena d'acqua che era proprio lì sotto, ai piedi dell'albero. Come se quella cisterna costruita anni prima fosse stata messa lì apposta, per accogliere il volo del nigeriano e i suoi ultimi respiri. Menomale che c'era la cisterna, poteva farsi male, direte voi. E invece no. No perché il ragazzo non era abituato all'acqua, e non sapeva nemmeno nuotare. Abitava all'interno, forse, vicino alle grandi foreste, o intorno alle paludi del Niger ricche di mangrovie. Sapeva attraversare i boschi, trovare pozzi d'acqua, forse. Ma non sapeva nuotare. E tutta quest'acqua trovata così all'improvviso lo ha sorpreso, in quel mare di alberi e in quel sole che in autunno è ancora forte; e l'ha affogato.
Lo hanno trovato così sei ore dopo, a pancia in giù nell'acqua; con gli occhi rivolti verso il fondo, irraggiungibile e lontano. Lontano come quella terra lasciatasi alle spalle, per fuggire dal proprio passato e dal proprio destino. Fuggito in Italia, qui in mezzo a noi, per morire in una cisterna piena d'acqua potabile.

lunedì 26 settembre 2011

Fame Festival





Sabato 24 settembre siamo andati al Fame Festival di Grottaglie. Era buio, pezzi ne ho visti pochi. Mi riprometto di vederne con la luce del sole. Ma avevo un flash, quindi facce ne ho viste molte. Posto qui le migliori, che ho caricato anche sul mio flickr. Sono tutti amici, e consenzienti.